ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 1 agosto 2017

Che pensarne, dunque?

Ancora su mons. Lefebvre, il Concilio e mons. Schneider

         Circola in questi giorni in rete un articolo di mons. Athanasius Schneider sull’«interpretazione del Concilio Vaticano II e la sua relazione con l’attuale crisi della Chiesa»[1]. Non è la prima volta, nel corso degli ultimi anni, che il Vescovo ausiliare di Astana interviene sull’argomento. È però la prima volta che afferma esplicitamente che il Concilio Vaticano II contiene delle proposizioni erronee (che ce ne fossero di ambigue, lo aveva già ripetuto a più riprese) su temi di notevole importanza della dottrina cattolica – l’ecumenismo, la collegialità, la libertà religiosa, le relazioni con il mondo moderno – e individua in questi errori del Concilio i prodromi della crisi attuale.
         Nell’articolo cerca anzi di fare una sintesi generale del suo pensiero attuale sul Concilio. L’evento non può lasciare indifferente il mondo tradizionalista. Che pensarne, dunque? Un paragone con le parole e l’operato di quella che è stata indiscutibilmente la principale figura di riferimento del movimento di reazione alle riforme conciliari, mons. Marcel Lefebvre, ci sarà di ausilio per trovare una risposta.

Voce dal sen fuggita?

L’INTERVISTA PROIBITA, PERDUTA E RITROVATA. “RATZINGER AVEVA RAGIONE SU TUTTO”

L’intervista proibita e perduta



Quanto segue è la versione di un libro-intervista scomparso e messo al bando trent’anni fa: il controverso colloquio di Vittorio Messori e Hans Urs von Balthasar, é stato pubblicato da pochi giorni dal sito Papale Papale ed integralmente ricopiata dal suo direttore, Antonio Margheriti Mastino. Il quale racconta -e fa raccontare a Vittorio Messori- nella succosissima prefazione al testo dell’intervista i retroscena ed i postscena di questo caso editoriale che non potè diventarlo. Un racconto che potrete leggere direttamente qui. Ringraziamo PapalePapale.com e Antonio Margheriti Mastino per il contributo di questo prezioso (ed attualissimo ) testo a questo nostro archivio messoriano. 

Dio li fa, poi li accoppa?

Come noto, il Generale dei Gesuiti, Padre Sosa, ultimamente, si è fatto fotografare, con altro sacerdote, in preghiera, in un tempio dedicato a Buddha. La Fede Quotidiana ha chiesto un commento al noto  teologo, filosofo e  fondatore dell’ Associazione Fides et  Ratio, Monsignor Antonio Livi .
Monsignor Livi, ha visto quella foto?
” Certo. E lo ritengo un fatto grave, che va contro la Chiesa cattolica, commesso dal Generale dei Gesuiti Padre Sosa, del resto, non è nuovo ad uscite simili. Infatti Sosa nel recente passato, ha detto cose errate e persino eretiche. Evidentemente si deve sentire appoggiato”.

Una vera profezia purtroppo avverata

1883 Patriarca di Venezia profetizza l’apostasia e la fine della Famiglia


La Lettera che segue è stata da noi scansionata da un opuscolo originale del 1883 (vedi foto nostra), a firma dell’allora Patriarca di Venezia il cardinale Domenico Agostini (1825-1891).
La proposta di caldeggiare paternamente le Famiglie Cristiane per una Consacrazione alla Sacra Famiglia, viene espressa dal Movimento Cattolico nel gennaio 1881 e sollecitata dallo stesso cardinale a seguito della grave situazione morale del tempo, tutta già dedita ad un’attacco frontale contro la Famiglia. Tale premura si rinforzò grazie anche all’enciclica di Leone XIII in difesa della Famiglia, Arcanum Divinae, dopo le dure denunce contro coloro che minavano le sue fondamenta.

Prima della pubblicazione della Lettera pastorale del Patriarca, attraverso il Movimento Cattolico, viene diffusa una “Importante Proposta” indirizzata a tutta la comunità cristiana che riproponiamo qui integralmente, col medesimo linguaggio e testo originale:
I – Che in ogni parochia d’Italia venga istituita la pia Associazione delle famiglie cattoliche consacrata alla Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, e sia diffuso Il Divoto di S. Giuseppe — periodico mensuale che stampasi in Modena per annue L. 3. — Il direttore dell’ Associazione è il M. R. Paroco Pietro Bonilli — Trevi-Umbria.
Una grande Imagine, che s’intitola — Patto di unione eterna tra la famiglia cattolica e la Sacra Famiglia, — è il simbolo della Pia Opera nelle domestiche abitazioni. — La preghiera della sera, fatta in comune davanti quest’Imagine è terminata coll’ invocazione stabilita: “Gesù, Maria e Giuseppe illuminateci, soccorreteci, salvateci”, — ne è la pratica essenziale.
II – Che tutte le Associazioni cattoliche d’Italia eleggano a loro principale Patrono lo Sposo purissimo di Maria Vergine Immacolata, S. Giuseppe, e si associno al sopra indicato periodico.
III – Che tutte le scuole private cattoliche esistenti e quelle che verranno istituite, sieno poste sotto la protezione di S. Giuseppe, e che in ogni scuola oltre al Crocefisso, vi sia il quadro della Sacra Famiglia.
Visto, FRANCESCO Can.o MION V. G. (pubblicato il 15 gennaio 1881)
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Brancaleone e il piccolo gregge


La Bonino in chiesa e il «piccolo gregge»

All’inizio ho provato forte disagio, nell’apprendere che Emma Bonino, a Biella, abbia potuto predicare in una chiesa a (coi pro life presenti allontanati, e Crocifisso e tabernacolo coperti). Poi mi sono ricordato ciò che è il mondo cattolico odierno, ossia un’armata Brancaleone dove ci sono pastori che ringraziano Allah (Libero, 2.9.2011); che prima che fossero legge chiedevano il riconoscimento delle unioni gay (La Sicilia, 13.1.2012) e che oggi benedicono gli anelli delle unioni civili (Il Giornale di Vicenza, 27.6.2017); che fanno omelie leggendo editoriali de L’Unità (Il Giornale, 3.2.2011), che distribuiscono preservativi (Libero, 28.10.2010), che sostengono che la Madonna di Lourdes voti Pd (Il Giornale, 3.4.2008), che il diavolo non esiste (La Verità, 4.6.2017) e che è opportuno, a Messa, pregare tutti insieme per lo Ius soli (La Verità, 28.6.2017).

«Com'è possibile che Dio non si sia ancora stancato di noi?»

PERCHE' DIO CI SOPPORTA


    Un mistero senza risposta cui ci si approccia con tanta umiltà: per rendere il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo ricevuto allorché per la prima volta abbiamo spalancato gli occhi su di esso colmi di trepidante meraviglia 
di Francesco Lamendola  



 «Com'è possibile che Dio non si sia ancora stancato di noi?».
Questo mi domandava un amico, qualche giorno fa, nel corso di una conversazione.
Si parlava del bene e del male, e di come nel mondo si potrebbe vivere infinitamente meglio, se negli esseri umani non insorgessero di continuo gli istinti dell'egoismo, della sopraffazione, della violenza; se così tanti di noi, fin dai loro microcomportamenti quotidiani, non appesantissero l'atmosfera e non angustiassero il prossimo con la loro incoercibile tendenza a prevaricare, a far di tutto per mettersi in mostra, a scaricare sugli altri - nel modo più grossolano - i propri conflitti irrisolti, la propria immaturità e la propria mancanza di autostima, malamente mascherata da narcisismo paranoide.
Lui sosteneva di non sentirsi migliore  di nessuno, di non voler giudicare nessuno, pur ritenendo suo dovere sforzarsi di agire rettamente e opporsi al male, ogni qual volta ciò sia possibile. Mi citava una frase di Gandhi, secondo la quale la nonviolenza non è affatto sinonimo di rassegnazione o, peggio, di acquiescenza davanti al male: se vediamo qualcuno commettere violenza su un bambino, ad esempio, abbiamo il preciso dovere di intervenire; non possiamo trincerarci dietro il pretesto di non voler alimentare la spirale della violenza.
Io gli rispondevo che esistono diversi livelli evolutivi e che chi ha raggiunto il livello minimo della decenza etica, consistente nel sapersi guardare dentro e nell'agire verso gli altri come noi vorremmo che essi facessero con noi, non deve paragonarsi a chi non ha mai neanche tentato di fare altrettanto, limitandosi a rovesciare su tutto e su tutti i propri peggiori istinti e comportandosi come se il mondo avesse il dovere di sopportarlo all'infinito.

Continueremo ad illuderci?

IL DIVORZIO FU L'OCCASIONE PERDUTA
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno X n° 8 - Agosto 2017



 Non c'è niente da fare, nessuno ci toglierà dalla testa che il cambiamento della Messa, operato dalla Chiesa con un autoritarismo senza precedenti a fine anni '60, fu il “cavallo di Troia” con il quale entrarono tutte le più devastanti derive nel mondo cattolico.

 Il Concilio Vaticano II, pastorale per espressa volontà dei Papi Giovanni XXIII prima e Paolo VI poi, si era ormai concluso. I testi, nella loro prolissità e stile discorsivo, avevano confermato tutti nella propria opinione: i Conservatori erano convinti che nulla fosse cambiato nella sostanza della Tradizione Cattolica; i Progressisti invece, rumorosi ma in fondo minoranza all'epoca, avevano salutato l'avvento di un'era totalmente nuova. Ognuno cercava nei testi la conferma delle proprie opinioni e attitudini. Chi è vissuto in quegli anni può confermare tutto questo, testimoniando della storia della propria parrocchia.

 Intervenne, a quattro anni dalla chiusura del Concilio, la nuova messa e tutto poteva diventare chiaro.

 Con la nuova messa, valida in sé ma non buona come tentiamo di dire da sempre (cfr. editoriale “Radicati nella fede”, anno V, marzo 2012, n° 3), non sarebbe stato possibile interpretare il Concilio in continuità con il passato della Chiesa Cattolica. La nuova messa diede la chiave ermeneutica secondo cui il Concilio Vaticano II è una “nuova Pentecoste”, il punto sorgivo di un Cristianesimo liberatosi dalla zavorra del suo passato, capace di scelte più pure che il mondo moderno avrebbe presto accolto con commovente entusiasmo.