ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 4 agosto 2017

Senza suore, preti..e vescovi

SUORA BRUTTA E CATTIVA?
Brutta e cattiva la suora che non fa l’elemosina. Imperversa più che mai il buonismo idiota, è diventato la divisa obbligatoria del politically correct e segna l’ultimo stadio irreversibile dell’incretinimento dell’essere umano 
di Francesco Lamendola  




  
Imperversa più che mai il buonismo idiota, è diventato la divisa obbligatoria del politically correct e segna l’ultimo stadio, probabilmente irreversibile, dell’incretinimento dell’essere umano e della sua degradazione da persona, capace di sentimenti e di pensieri propri, a tubo digerente - per dirla con Maurizio Blondet -, capace solo di replicare e imitare i pensieri e i sentimenti altrui: quelli veicolati, diffusi e imposti dai grandi mezzi di (dis)informazione di massa.
Il buonismo, naturalmente, si sposa con il progressismo e con il modernismo: sono tre cose che vanno sempre di pari passo, specialmente nella neochiesa gnostico-massonica dei tempi di papa Bergoglio. Il buonismo, per essere dalla parte “della gente”, meglio ancora “dei poveri” (quelli politicamente e sindacalmente riconosciuti, protetti e garantiti: i cosiddetti migranti e i falsi profughi, per esempio, non i pensionati italiani che devono sopravvivere con trecento euro al mese); il progressismo, per essere dalla parte della modernità, o, quanto meno, per essere sempre in dialogo con essa, sincero e costruttivo, ci mancherebbe; il modernismo, per sostituire al vangelo dell’amore il vangelo del buonismo e della modernità, vale a dire un anti-vangelo il cui scopo è la totale sovversione, lo stravolgimento e il capovolgimento del vero Vangelo di Gesù Cristo, per sostituirlo con una contro-religione puramente umana, mirante all’autocelebrazione dell’uomo, dopo aver annacquato e dissolto tutte le religioni oggi esistenti, ma specialmente il cristianesimo, che, ad un tale obiettivo, fa problema più di tutte.

Può succedere, per esempio, che un settimanale di gossip, adatto a dei lettori che sono dei tubi digerenti più che delle creature pensanti, ci sia una rubrica fissa di argomento religioso, chi lo sa il perché; e che essa sia tenuta, ogni settimana che Dio manda, da un sacerdote, anzi, da un vescovo addirittura: nel caso di cui vogliamo parlare, dal vescovo di Ascoli Piceno, monsignor Giovanni D’Ercole, elevato a tale dignità da papa Francesco il 12 aprile 2014. La rivista è Settimanale Nuovo, di Cairo Editore, direttore responsabile Riccardo Signoretti; la rubrica in questione s’intitola, forse non troppo modestamente, Gente di fede; il numero in questione, il penultimo, il numero 30 del 3 agosto 2017; il titolo in questione, Una suora può far finta di non vedere un mendicante?Ecco ima domanda di quelle toste, che fanno morire dalla voglia di conoscere la risposta giusta. Ed ecco il sottotitolo, chilometrico, che contiene appunto la risposta e che mirabilmente riassume tutta l’etica, nonché la dottrina sociale, della neochiesa dell’era bergogliana:Bisogna sempre aiutare chi è in difficoltà: lo dice Gesù nel racconto del giudizio universale. Perché, se non siamo disposti a farlo, non possiamo dire di amare Dio.
Fino a pochi ani fa, un vescovo cattolico, per ovvie ragioni di coerenza, di sensibilità e di buon gusto, non avrebbe accettato di tenere una rubrica simile - adornata da una foto personale in stile un tantino autoreferenziale di non pochi anni prima - proprio sulla stampa-spazzatura, dove l’articolo più etico e più intelligente che sia dato d’incontrare è dedicato al seno rifatto dell’attrice X o al fulgore degli addominali del cantante Y, oltre che ai loro amori, tradimenti, divorzi, pettegolezzi e immondizie d’ogni genere. Fino a pochi anni fa, l’idea che un vescovo potesse mescolare le sue parole ad articoli di tal genere, e ad una pioggia di fotografie di corpi seminudi, con tutto il sottofondo ideologo con che ciò comporta in termini di visione rozzamente edonista e consumista della vita, dove la cosa più importante da sapere è se davvero la celebre coppia sta divorziando, e se la nota soubrette Tal dei Tali si è rifatta le labbra, o le natiche, e così via, sarebbe parsa un’idea assolutamente incongrua e peregrina, presa a prestito da qualche filmaccio a luci rosse, di quelli che giravano una volta, per la consolazione dei soldati di leva in libera uscita. Oggi è realtà. E sappiamo bene con quali argomenti codesti vescovi e preti progressisti difendono delle scelte di questo tipo: andare fra la gente, portare il vangelo nelle strade, evangelizzare le periferie, in questo caso nel senso morale più che nel senso fisico del termine. Insomma, il programma classico del modernismo – che è, si badi e si tenga bene a mente, non un certo tipo di cattolicesimo, ma un’eresia, proclamata tale dal sacro Magistero fin dal tempo di san Pio X -: fare in modo che il vangelo sia reso attuale per gli uomini del nostro tempo. Tutta la faccenda dei preti di strada e dei vescovi di strada (nonché, a monte, dei preti operai) nasce da questo grande equivoco e da questa somma demagogia. Sarebbe come dire che, per portare il vangelo alle prostitute, i preti devono andare sulle strade statali, di notte; per portarlo ai drogati, si devono mescolare in mezzo agli spacciatori, nei quartieri malfamati; e per portarlo ai buddisti, cioè, pardon, per “dialogare” coi buddisti (convertirli, ci mancherebbe altro: quale indelicatezza, anche solo il pensarlo!), bisogna fare come il generale dei gesuiti, Sosa Abascal (quello, per la cronaca, che ha affermato di non sapere cosa Gesù abbia realmente detto, visto che al suo tempo non c’erano i registratori; e che, in un’altra occasione, ha detto che il diavolo non esiste, è solo un simbolo del male), entrare in un tempio buddista, inginocchiarsi in mezzo agli altri e pregare, o meditare, alla loro maniera, insomma farsi buddista pure lui.
Ma vediamo da vicino il pezzo sulla insensibilità della suora cattolica che non si ferma a fare l’elemosina al povero mendicante.

LETTORE: Ho letto su “Nuovo” la sua risposta alla lettera sui cristiani che non danno l’elemosina. È peggio, secondo me, quando a non fare la carità è una suora: l’ho visto cin i miei occhi a Bologna, di fronte al Duomo.  La monaca è passata davanti a un mendicante e ha girato la testa dall’altra parte. Se questo è l’esempio che dà la Chiesa…
Bernardo, Bologna [segue la foto, immortalata dal signor Bernardo, che ritrae la scena.]
VESCOVO D’ERCOLE: Gentile signor Bernardo, vorrei risponderle con la storia dell’incontro accaduto a me con Pierluigi, un senzatetto che sostava davanti alla parrocchia. La gente che andava in chiesa se lo trovava tra i piedi. Alcuni lo scansavano, altri proprio non lo sopportavano. Mi chiedevo come si potesse conciliare la devozione con il disprezzo di un povero sventurato. Ho abbozzato per un po’ fino a quando mi è capitato di leggere a messa il racconto del giudizio universale. In questa pagina Gesù è chiaro: alla fine della vita, quando ci si presenta dinanzi a lui, ci chiederà solo se avremo dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, aiutato i poveri e accolto i bisognosi. Mi sono arrabbiato molto e ho parlato di Pierluigi, spiegando che se non siamo disposti ad aiutare chi incontriamo sul nostro cammino non possiamo dire di amare Dio che nemmeno vediamo. Da quel giorno è ambiato tanto l’atteggiamento della comunità. C’era chi gli portava da mangiare, chi gli dava vestiti, chi lo invitava a casa: alla fine lo si considerava un amico. Trascorrono mesi e un giorno Pierluigi sparisce. Tempo dopo mi dicono che è morto e che tra le poche cose che aveva c’era una lettera: “In caso di bisogno, specialmente di morte, avvisare la mia famiglia”. Seguiva il nome della parrocchia col mio numero di telefono. Con l’aiuto della comunità ho preparato un funerale solenne: c’era tanta gente. Niente corone, solo un mazzo di garofani rossi e un biglietto: “La famiglia che hai scelto ti ringrazia. Ci hai insegnato a vivere concretamente il Vangelo.

Brutta e cattiva la suora che non fa l’elemosina

di Francesco Lamendola

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I preti - Poesie di Franco Casadei

Il 4 agosto si celebra S. Giovanni Maria Vianney – il Santo Curato d’Ars – proclamato patrono di tutti i sacerdoti nel 1929.
In tale occasione propongo alcune pagine di riflessione sulla figura del sacerdote servendomi di alcune mie composizioni poetiche, accompagnate da qualche nota di commento. 

I preti col tricorno per fare memoria dei sacerdoti dell’infanzia e della gioventù della mia generazione. Un tipo umano che ha scandito per secoli la vita cristiana di città e campagne. Severi talora, rigidi se vogliamo, ma guide determinate che – pur dentro i loro limiti – hanno educato tante generazioni alla fede, alla carità e alla speranza cristiana. 
Preti col tricorno

Non li vedrò più i preti col tricorno,
la veste sfilacciata che striscia sulla ghiaia

non li vedremo più
i preti dalla dottrina austera,
le chiese aperte, i lini ricamati a mano
i turiboli anneriti, le madonne coperte sugli altari,
il velo che s’alza nei giorni stabiliti

ore di misericordia nascosti da una grata
giorni, anni seduti su una panca
fra rosari e salmi

non li vedremo più su biciclette di ruggine
su auto rottamate lungo i sentieri
a benedire stalle e casolari
le muffe di case popolari

le messe in gregoriano, i patroni in processione
fiori d’arancio, torme di bambini
i cortei con rintocco a morto verso i cimiteri

come ognuno di noi, peccatore e santo,
per secoli guide di popolo, segno del mistero.

Avremo altri preti, senza collare
senza vesti nere
le chiese con le porte chiuse…

non li vedremo più.


Di fronte alla malattia e alla morte l’uomo da solo è come smarrito. Attraverso la poesia La visitatrice, si documenta come Cristo – attraverso il sacerdote – si faccia medico che con la preghiera e l’ultimo viatico conforta ed accompagna il sofferente verso un destino misterioso, certo, ma con dentro una speranza che tutto non sia stato vano.

La visitatrice

La stanza d’ospedale silenziosa nella sera
l’ossigeno scorre, un gorgoglìo leggero.
Il malato si è aggravato
la malattia ne ha scavato il volto.
Nelle ultime ore gli uomini tutti
assomigliano a Cristo sull’erta del Calvario.

Si sta seduti accanto, gli si tiene una mano.
E si tace. La visitatrice che si avvicina
svuota di senso ogni parola.

Nei tratti del malato si avverte inesorabile
l’incalzare di una forza che gli è nemica.
In un duello estremo il petto
sussulta ad ogni battito del cuore:
non vogliono arrendersi, gli uomini, alla straniera.

Si decide di chiamare un prete.
Non fa domande, non chiede se il malato
fosse devoto o andasse a messa.
Chino sul letto di un uomo che agonizza,
amministra i sacramenti, insieme
si prega la Madonna a bassa voce.
Poi se ne va, confortando le mie mani.

Nell’ombra della stanza, avanza la notte
non più ostile come prima.


Ho visto un prete piangere, una poesia piena di dolore che ci presenta un sacerdote intravisto in pianto davanti alla croce della sua chiesa. Il poeta discreto si allontana per non turbare l’angoscia di quell’uomo. Tante le domande! Perché piangeva, cosa lo angosciava? Era addolorato per qualcuna delle anime a lui affidate? Per tutto il male che ogni giorno infesta le nostre vite? Per la sua debolezza umana? Resta un punto di domanda drammatico, ma che spinge ad una vicinanza verso quell’uomo e verso i preti in generale, tante volte lasciati soli davanti alla fatica del vivere, ai problemi della gente, al loro stesso limite.

Ho visto un prete piangere

E’ entrato dalla porta stretta
a destra dell’altare,
un cero rosso nel silenzio
dell’ora, l’ultima del giorno

piegato sulla panca, davanti
a un legno di sangue crocifisso,
il brivido di un pianto

io, dietro la colonna…
sono uscito furtivo
dall’orto degli ulivi

rimane un segreto senza nome,
una schiena curva sulle mani
quel respiro tremante
nell’ora di nessuno.


Ed ora un testo – Quel prete – che ci mostra uno di quelli giudicati un po’ noiosi, ripetitivi, intransigenti. Eppure la dedizione al popolo che gli è stato affidato, porta questo vecchio sacerdote a dedicare le ultime sue forze per portare Gesù alla sua gente, l’unica ricchezza di cui dispone. E allora si capisce che il metro di giudizio dei fedeli non deve essere conformista e privo di benevolenza, ma grato e commosso.

Quel prete

Di tanto in tanto salgo al cimitero
su in collina e poi alla chiesetta
fra i cipressi, in fondo al viale.
Rivedo quel prete da decenni
le consuete prediche di devi, di non fare.

Con sorpresa lo ritrovo piegato sull’altare
un belato la sua voce, questo è il mio corpo,
il respiro ansante come Gesù nell’orto.
Una vicina di panca m’informa:
ha appena lasciato l’ospedale,
e all’alba se n’è tornato alla sua pieve.
Niente omelie stamani, solo un bisbiglio
balbettato sopra un’ostia opaca.

Noto per la noia dei sermoni, intransigente…
era lo stesso prete, quasi morente.
Migliaia di volte ha perdonato
convertito il pane, abbracciato pianti,
senza fascino apparente, ha fatto il prete.
Gli occhi affondati, agnello già immolato,
in una domenica di nebbia
per me, per dieci vecchie,
un’ultima volta ha offerto il corpo in croce.


Infine la figura di un testimone a noi vicino, Don Oreste Benzi che ha speso la vita per redimere i più diseredati, gli orfani, i disabili, gli abbandonati, le donne sfruttate, non solo facendosi strumento di solidarietà umana, ma – sull’esempio di Madre Teresa - proponendo a questi derelitti la prima ricchezza di cui aveva bisogno la loro povertà, cioè la compagnia di Gesù attraverso la comunità cristiana. Uomo di vera carità e non di mera solidarietà, nella consapevolezza che la redenzione dell’umano e anche della povertà materiale passava innanzitutto attraverso la valorizzazione dello spirito delle persone che accoglieva.

Don Oreste Benzi e la gazzella
(Rimini, anni 90)

Don Oreste seduto alla scrivania.
Davanti a lui, appoggiata appena
sul bordo della sedia,
una giovanissima nigeriana, esile
e nervosa come una gazzella inseguita.

Quei due, così diversi:
il vecchio grosso prete in veste nera
e quella fanciulla rubata all'Africa,
una preda spaventata, gettata
su un marciapiede d'Occidente.

Sotto alla scrivania i piedi di quei due.
La ragazza ha piedi minuti nei sandali,
piccoli agili piedi di savana abituati,
per sopravvivere, a correre e a fuggire.
Il prete, grossi piedi da contadino
dentro a robuste scarpe impolverate.
Scarpe come carrarmati che macinano
la strada e non si fermano davanti a niente.

I piedi della ragazza fremono inquieti
nella tentazione ancora una volta di scappare.
Quelli di don Benzi
ben piantati a terra, saldi come radici.

Sotto alla scrivania, dopo un poco,
finalmente fermi, in pace,
anche quei piccoli piedi di gazzella.


Riflessione conclusiva
Senza preti non ci sarebbe la Chiesa, Dio non avrebbe un volto percepibile e sperimentabile, perché, per noi cristiani, Cristo – il volto di Dio che si è fatto nostra compagnia – si fa prossimo, ancora dopo 2000 anni, attraverso i sacramenti e in particolare, dopo il Battesimo, i sacramenti dell’Eucaristia e del Perdono.
E senza prete non ci sarebbe Messa e senza Messa non ci sarebbe la comunità. E senza la Messa e senza Il Suo corpo che si immedesima in noi e che fa di noi una cosa sola, la vita sarebbe, come prima di Cristo, in balia degli umori e degli eventi, senza una pietra d’angolo. E l’uomo resterebbe solo con tutti i suoi drammi e il suo desiderio di infinito, lo sguardo rivolto al cielo in attesa di ciò che provvidenzialmente per noi è già accaduto.
Dovere nostro è fare cogliere ai preti quanto siano importanti per le nostre vite. Se glielo dimostrassimo, anche con l’affetto e con il nostro bene, si sentirebbero meno soli e smarriti!
Ogni prete triste o che sbaglia, è anche per colpa di noi cristiani, che non li sappiamo abbracciare. E i preti non abbiano paura di piangere. Lo ha fatto anche Gesù!

Franco Casadei



Il clero di oggi. I «nuovi» sacerdoti? Solidi ma flessibili (???)

Se Pro-meteo è “colui che pensa prima”, Epi-meteo invece “pensa in ritardo” ed epimeteico è sinonimo di ottuso, poco sveglio

Cari amici sacerdoti,
in questo articolo su Avvenire (QUI) vi descrivono come epimeteici: “Se Pro-meteo è “colui che pensa prima”, Epi-meteo invece “pensa in ritardo” ed epimeteico è sinonimo di ottuso, poco sveglio”.
L’articolo si conclude così: “In estrema sintesi: un clero affidabile ma poco flessibile, assai poco incline a mettersi in discussione. Ecco spiegati quell’epimeteico. E la domanda che da Washington rimbalza fino a noi: è questo il clero che vogliamo? O meglio: è questo il clero di cui la Chiesa e il mondo hanno bisogno nel ventunesimo secolo?”.
Vi supplico, cari amici sacerdoti, rimanete epimeteici: non ascoltate i porno-psicologi richiamati nell’articolo…

San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia

Andrea Mondinelli



Il clero di oggi. I «nuovi» sacerdoti? Solidi ma flessibili