ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 6 luglio 2017

Credenti conformisti, cattolici distratti

Gesù respinto, incompreso, insidiato



Rileggiamoci questi tre passi biblici: Isaia, 53, 3, 5: Disprezzato e reietto dagli uomini, / uomo dei dolori che ben conosce il patire, / come uno davanti al quale ci si copre la faccia, / era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. / Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, / si è addossato i nostri dolori / e noi lo giudicavamo castigato, / percosso da Dio e umiliato. / Egli è stato trafitto per i nostri delitti, / schiacciato per le nostre iniquità. / Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su d lui; / per le sue piaghe noi siamo stati guariti
Giovanni, 3, 14-15, e 8, 28: Eppure nessuno è mai salto al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo; e come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo. […]
Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che IO SONO e o faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo.
 Luca, 24, 25-26:  Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse tali sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
 Credenti conformisti, cattolici distratti, chi sa quante volte li abbiamo già letti; ma ne abbiamo davvero compreso la sostanza? La sostanza è che Gesù è venuto nel mondo per riscattarci dal male, dal peccato e della morte, non per mezzo di chiacchiere o di trucchetti da illusionista, ma per mezzo delle sue stesse sofferenze: è il grandioso mistero della Redenzione, di cui oggi si sente così poco parlare, specie da parte di quelli che dovrebbero farlo. Il clero non parla più delle sofferenze di Cristo; dunque, non parla più della Redenzione, nel suo vero significato. Gesù diventa uno dei tanti maestri di saggezza che si sono succeduti nel corso della storia; non tropo di verso da Buddha, Lao Tzu, Confucio, Pitagora, Socrate e qualche altro. E invece no: Per le sue piaghe noi siamo stati risanati. C’è un legame inscindibile fra le piaghe di Cristo e la nostra salvezza: non si può aggirare questo punto, non è lecito minimizzarlo; si traviserebbe l’intera Rivelazione.


Ma forse è proprio questo che si vuol fare, oggi. Il sacrificio di Cristo non piace; non piace ricordare le sue sofferenze. È una cosa che mette in obbligo; e l’uomo moderno non vuole obblighi, non riconosce debiti verso nessuno: vuole sentirsi sempre padrone di se stesso, libero e capace di stare alla pari di chiunque. Inoltre, è una cosa che induce tristezza: e il cristiano moderno non vuole tristezze, vuole una religione gioiosa, un Vangelo che infonda allegria. Una terza ragione di questo fastidio sta nel fatto che il sacrificio di Cristo e le sue sofferenze sanno di concezione legalistica e risarcitoria del rapporto con Dio: ricordano troppo un modo di pensare che sembra superato, secondo il quale Dio esigerebbe un risarcimento pari alle offese ricevute dall’uomo. Eppure, questa è una legge universale: ogni male che viene commesso, deve essere riequilibrato da un bene di pari valore: lo vediamo perfino nella vita pratica, nella società, nella storia. Che poi Dio stesso abbia scelto di farsi uomo per assumere su di Sé questo risarcimento dovuto alla Giustizia (cioè a Se stesso),  perché nessun uomo avrebbe saputo o potuto farlo come lo ha fatto Lui, con la perfetta umiltà e obbedienza verso il Padre, che ha avuto Lui, questo non diminuisce, ma accresce il disagio dell’uomo moderno, il quale, gonfio di superbia, aborrisce qualsiasi cosa possa farlo sentire inadeguato. Il pensiero che vi è qualcosa di più grande di lui, lo sminuisce; il pensiero che tutto il male da lui commesso non potrà essere bilanciato dal bene che egli potrebbe fare, quand’anche lo volesse (ed è raro che lo voglia davvero), gli appare sommamente molesto, per non dire intollerabile. Il rifiuto dell’amore di Dio nasce da qui: da questa superbia, da questo orgoglio. E da qui nasce il tentativo di costruire un cristianesimo a misura d’uomo, che rimuova quel che all’uomo moderno riesce sgradito: cioè la cosa più importante di tutte, il sacrificio di Cristo. Ma se si toglie, o si mette fra parentesi, il sacrificio di Cristo, si toglie la Redenzione; non solo: si mette fra parentesi il miracolo quotidiano della santa Eucarestia, che è il perpetuo rinnovarsi del Sacrificio di Cristo. È ben per questo che i modernisti si stanno adoperando in ogni modo per snaturare la santa Messa: la vogliono trasformare da ciò che essa realmente è, il sacrificio di Cristo che si rinnova per noi, in ciò che essa non è: una semplice commemorazione, dove la liturgia della parola – e, sovente, di una parola meramente umana, che ha poco o niente di divino – diventa la cosa principale. Ma questa non è più la santa Messa: è un’altra cosa. Gli abusi liturgici, le pacchiane innovazioni, le libertà sfrenate che si prendono sacerdoti e fedeli, sono, in realtà, solo il contorno: l’essenza della profanazione sta in questo, che essi vogliono togliere alla santa Messa il suo carattere di Sacrificio, con il Corpo e il Sangue di Cristo che tornano ad essere versati per noi; e darci, al suo posto, un rito piatto e banale, che, in fondo, celebra l’uomo e non Dio.
Le sofferenze di Cristo, dunque, sono parte integrante del progetto di salvezza di Dio; anzi, parte indispensabile: Per le sue piaghe siamo stati risanati. E non si pensi solo alle sofferenze fisiche, ma soprattutto a quelle morali; quelle fisiche sono state terribili, sì, ma non superiori a quelle che altri esseri umani hanno subito, talvolta anch’essi innocenti; quelle morali, non sono paragonabili a nessuna sofferenza che un essere umano possa provare, o sopportare. Fino all’ultimo, fino al momento del dramma finale – l’arresto, il processo, la condanna, la Passione – Gesù si è visto respinto, incompreso, insidiato, e non solo dai Giudei, ma anche dai suoi: che avevano compreso poco o niente del suo Regno; che lo avrebbero tradito, nella persona di Giuda Iscariote; che lo avrebbero rinnegato, nella persona di Simon Pietro. Nonostante i tesori infiniti di amore, bontà e misericordia che Egli ha profuso attorno a Sé, il mondo non lo ha voluto, non lo ha riconosciuto, non lo ha accolto, non lo ha accettato: da quando è nato, con Erode che voleva farlo uccidere, a quando è spirato sulla croce, con i suoi accusatori che si godevano lo spettacolo e lo invitavano, ironicamente, a scendere dalla croce e mostrar loro di essere il Figlio di Dio. Ma la sofferenza morale più grande, senza dubbio, fu quella che Egli provò l’ultima notte, nell’orto degli ulivi: sapendo ciò che lo attendeva, e, nello stesso tempo, sapendo che molti non lo avrebbero riconosciuto nemmeno allora, né poi. Terribile è la sofferenza di chi si sacrifica per qualcosa, tuttavia illuminata dalla coscienza del risultato; ma sapere di sacrificarsi per nulla, cioè senza poter giovare a coloro per i quali ci si sacrifica, questa è una sofferenza che sorpassa ogni immaginazione. Gesù, in quella notte, vide quante anime, allora e poi, avrebbero rifiutato il suo amore, e misurò con uno sguardo che, per essi, il suo estremo sacrificio non sarebbe servito a niente. La pena che dovette provare allora, lo sgomento, l’angoscia, furono indicibili.
Scriveva G. Zanetti nel suo libro, oggi introvabile, Le sofferenze dell’Uomo Dio, in parte dedicato a una riflessione teologica sulle sofferenze morali patite da Gesù Cristo, e in parte ad illustrare la vocazione delle Suore Betlemite, ramo femminile dell’Ordine dei Fratelli di Betlemme, fondato da Pietro di Bethencourt nel 1668, soppresso nel 1821 e restaurato, infine, nel 1984 (Roma, Edizioni Fiamma, 1958, pp. 18-33 passim): 
Le sofferenze fisiche della sua vita pubblica n on hanno proporzione con le sue sofferenze morali. […] Ciò che è caratteristico di Gesù non è la sofferenza materiale. Più gravi, senza confronto le pene dello spirito. Poiché Egli, nella sua vita pubblica è stato il GRANDE RESPINTO, il GRANDE INCOMPRESO, il GRANDE INSIDIATO.[…]
Per comprendere il “Grande Respinto” e ciò che il fatto ha rappresentato per la sofferenza morale di Gesù, dobbiamo pensare ch’Egli era stato il “Grande Atteso”. Tutto il Vecchio Testamento è pieno del suo nome. Mentre i Patriarchi lo annunciano come Salvatore, i Profeti che si avvicendano nella storia del popolo eletto ne descrivono l’epoca e la città d’origine, le vicende dell’apostolato, i particolari della passione e della morte, le glorie del trionfo. Il popolo conosce queste predizioni ed attende. […]. S. Luca racconta l’odissea di Gesù… non ancora nato! “Non erat eis locum in diversorio” (2,7). Posto per tutti, non per lui. […] Ma perché l’ignominia si compia bisognerà – almeno provvisoriamente – cacciarLo pure da quella terra santa nella quale Iddio introdusse gli Ebrei, dopo la dura oppressione dell’Egitto. Responsabile la perfidia di un Rem geloso e crudele. Ma è lo stesso: Gesù deve fuggire. Nazaret lo ha respinto. […] Esasperati condussero Gesù sulla sommità d’una collina sovrastante Nazareth, con il diabolico proposito di precipitarlo nel vuoto sottostante. Se la Sua Maestà, che rifulse in tutto il suo splendore, non li avesse resi impotenti, Egli sarebbe stato più che respinto, ucciso. […]
Nell’episodi della guarigione dell’uomo dalla mano rattrappita gli Ebrei o meglio gli Scribi e Farisei ebbero un pretesto. Immorale ma pretesto. L’odio, invece, suscitato dalla resurrezione di Lazzaro non ha giustificazione. Un odio brutale. Fu proprio per quel miracolo che si convocò un consiglio al quale parteciparono gli stessi membri del Sinedrio. Presieduto da Caifa, obbligato suo malgrado a profetare… ch’era “meglio che un uomo morisse anziché perisse l’intero popolo”. […]
Chi era Gesù? Quale la sua missione che fu scopo supremo della sua venuta fra noi? Messia e Figlio di Dio, non adottivo, ma naturale ed unigenito. Maestro e Medico, soprattutto Salvatore delle anime, in rapporto al loro destino eterno. La catastrofe del Calvario ci autorizza a pensare che il suo popolo o quelli almeno che detenevano il potere, nulla abbiano capito di Lui. Ciò nell’ipotesi migliore che essi siano stati in buona fede, inammissibile almeno per la maggior parte di loro. […]
Quando il Maestro li ebbe benedetti l’ultima volta [gli Apostoli], quando salì al Cielo, non poté dire di essere stato del tutto compreso, nemmeno dai suoi più intimi… doveva rimettersi alla missione formatrice dello Spirito Santo che i avrebbe ammaestrati. La pena che dovette causare a Gesù questa incomprensione dei suoi Figli, Egli la manifesta nel Cenacolo, la sera del Giovedì Santo. Ha parlato, ancora del Padre, il cui nome venerato ha avuto sempre sulle labbra perché lo teneva nel cuore. I discepoli gli dissero: “Ecco ora tu ci parli chiaramente, perciò crediamo che sei uscito da Dio! Gesù disse loro: Adesso voi credete?” Un momento prima ad una strana domanda di Filippo: “Mostraci il Padre e ci basta”, aveva risposto: “Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto! Filippo, chi vede me vede anche il Padre mio! Come dunque puoi dire: mostraci il Padre?”. […]

di Francesco Lamendola del 05-07-2017
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