ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 13 giugno 2017

Massoteologia e "teologi" all'ammasso


Chi c’era e cosa si è detto al convegno sull’eutanasia promosso dal Grande Oriente d’Italia


I massoni del Grande Oriente hanno deciso di trattare l’argomento scottante dell’eutanasia, nel convegno pubblico “Morire con dignità. Prospettive sull’eutanasia” che si è svolto sabato 10 giugno nel salone della Società Umanitaria di Milano, sullo sfondo di un grande affresco della Crocifissione.
I LIBERI MURATORI SONO PER LA LIBERTÁ DI OPINIONE
Antonino Salsone, presidente della circoscrizione lombardia del Goi, ha aperto l’incontro, spiegando il senso dell’iniziativa: “Il dibattito sul fine vita è uscito dalle stanze dei malati terminali e si è allargato a tutta la società, visto che riguarda le nostre categorie antropologiche e coinvolge il sentimento religioso. Per noi massoni il principio dell’autodeterminazione è fondamentale, tanto più riguardo all’evento della vita più naturale, cioè la morte. Ma questo si scontra con l’idea cristiana di persona, vista come creatura. Il compito della libera muratoria, comunque, non è quello di proporre soluzioni, ma di essere all’avanguardia nel promuovere il dibattito, che è lo scopo di questo incontro”.
PER MARIA RITA GISMONDO LA LIBERTÁ DEL PAZIENTE PREVALE SUL GIURAMENTO DI IPPOCRATE
Secondo Maria Rita Gismondo, medico e docente di microbiologi all’Università statale di Milano, “l’equivoco che rende difficile la discussione sta nel concetto di eutanasia e di morte dignitosa. Dall’antichità alla prima metà del Novecento, che fosse praticata o no, l’eutanasia era sempre il modo in cui la società si liberava pietosamente delle persone che avrebbero rappresentato un peso. Il presente dibattito, invece, verte su un altro concetto di eutanasia, l’eutanasia individualistica, basata sulla libertà di scelta. Su questa idea siamo divisi anche noi medici, una parte di noi è per la libertà, ma un’altra vorrebbe riportarci al giuramento d’Ippocrate, che vieta di dare la morte. La mia posizione è quella del compianto Umberto Veronesi, secondo il quale è necessario il testamento biologico, perché ciascuno possa morire secondo la propria concezione di dignità”.
VITO MANCUSO SOSTIENE LA LIBERTÁ INVECE DEL DOGMA
A intervenire è stato invitato anche il teologo cattolico Vito Mancuso, che ha spiegato innanzi tutto il motivo per cui ha scelto di dialogare con i massoni e con liberi pensatori come Gismondo e il parlamentare liberale Daniele Capezzone. “O il cristianesimo è aperto al cambiamento o diventa in sistema chiuso. E i sistemi chiusi muoiono”. ha detto, prima di illustrare la sua posizione sull’argomento, in netto dissenso con le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica.
“L’eutanasia riguarda, specificamente – ha detto Mancuno – il nostro rapporto con la nostra vita, cioè l’aspetto soggettivo, non il valore oggettivo e generale della vita in quanto tale. Chi sceglie il suicidio assistito non appartiene alla cultura della morte. Sceglie invece di vivere la propria fine”. Tuttavia, Mancuso non è per la totale libertà di scelta: “Se su questioni come la morte o la persona non ci sono idee in qualche modo condivise, non esisterebbe più una società e andremmo verso l’atomizzazione totale, ogni individuo per conto proprio”.
LA PAURA DI UN MONDO SENZA CERTEZZE DI MAURO DELLA PORTA RAFFO
Mauro Della Porta Raffo, giornalista e scrittore, ha espresso proprio questo timore: “Sono nato in un mondo di certezze, ma dall’inizio degli anni Settanta viviamo nel mondo del dubbio. Siamo partiti dalla legalizzazione dell’aborto e ora ci troviamo a parlare di eutanasia. È un mondo in cui mi ritrovo sempre meno”.
I RETROSCENA DI CAPEZZONE SULLA DISCUSSIONE PER IL TESTAMENTO BIOLOGICO
Daniele Capezzone, deputato di Direzione Italia, ha raccontato come la discussione sul testamento biologico, alla Camera, sia stata, a suo parere, estremamente urlata ed estremamente superficiale. “Tutti pensavano”, ha spiegato, “che il testo della legge sarebbe stato affossato in Senato. Per cui, molti hanno usato toni da guerra civile, semplicemente per colpire i propri elettori. Si è discusso di eutanasia quando in realtà il testo della legge non ne parlava, un testo che comunque è ipocrita fin dal titolo ‘Tutela della vita’, quando in realtà parla della morte”. Ma l’ipocrisia più grave, a parere di Capezzone, è un’altra: la legge parla di “Pianificazione condivisa con il medico”. “E se il medico non è d’accordo con il paziente?”, si è chiesto il deputato e poi ha proseguito: “Oltre alla morte, l’altro grande assente dalla discussione è stata la persona, intesa come singolo individuo. C’è la pretesa di fare delle regole che vadano bene per tutti, mentre ciascuno ha la propria storia. Alla fine ho votato a favore solo per ampliare un pochino le libertà individuali”.
LE CONCLUSIONI DEL GRANDE ORATORE
A trarre le conclusioni è stato Claudio Bonvecchio, filosofo nonché Grande Oratore del Grande Oriente d’Italia, che pone l’accento su una serie di principi generali: “Bisogna dare spazio alla libertà individuale, ma anche costruire un forte senso di responsabilità sociale. Le leggi debbono essere fatte per i cittadini ed essere semplici, per permettere loro di agire con responsabile libertà. E la scuola dovrebbe educare proprio a questo senso di responsabilità”.


[EUTANASIA] Ci stanno confiscando i figli.


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di Massimo Micaletti
Ora, non so se qualcuno se n’è accorto, ma la collettivizzazione forzata (quindi la distruzione) della famiglia procede a grandi passi fino al raggiungimento del suo obiettivo. Iniziata col divorzio, in cui un Tribunale decideva e decide se un matrimonio possa continuare oppure no – avete voglia a dire che lo decidono i coniugi: il giudice deciderà come finirà il vostro matrimonio, e vedrete che alla fine gli unici a sorridere saranno gli avvocati – è proseguita coll’aborto, in cui un padre viene del tutto spogliato della possibilità di crescere suo figlio e lo sa fatto a pezzi da un medico che così porta il pane a casa.
Siamo arrivati ora ad un punto in cui la barbarie è di piena evidenza, sicché i massmedia non ne parlano. Siamo arrivati ai casi di Charlie e, prima di lui, Marwa, due bambini di pochi mesi colpevoli solo del fatto di essere nati con una patologia che non ha speranze di miglioramento e per questo condannati a morte da medici e giudici contro il volere dei loro genitori.
Come ci siamo arrivati? L’iter è lineare ed è il seguente. Se parto dal presupposto che la soppressione del malato ne tutela la dignità e ne allevia la sofferenza, perché devo negare la necroterapia[1] a un bambino, che è il malato di cui più si deve aver cura? E se i genitori si oppongono, sono essi genitori degeneri, non i medici che chiedono l’omicidio del piccolo, né i giudici che lo consentono.
Domani, martedì 13 giugno, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si pronuncerà sul destino del povero Charlie Gard, che i magistrati del suo Paese – il Regno Unito – hanno già condannato a morte e che i giudici europei hanno ordinato sia tenuto in vita fino alla mezzanotte di martedì 13, appunto per considerare il caso. Comunque vada domani, si tratterà di una delle peggiori pagine della storia del diritto, in cui si è posta ad una corte l’oscena questione se sia lecito sopprimere un malato perché malato, un bambino perché bambino. E che sia contro il volere dei genitori è una circostanza che rende la vicenda ulteriormente penosa, ma non cambia nulla sotto il profilo del valore della vita di Charlie: Charlie vale di per sé, non se ed in quanto amato da qualcuno.
Se neppure la Corte Europea riterrà che Charlie merita di vivere, i supporti vitali che lo tengono in vita saranno staccati e si consumerà un atto disumano nella morte per soffocamento di un bambino di dieci mesi. Atto disumano che però non resterà isolato. Non resterà isolato principalmente per tre ragioni.
Su un piano tecnico, già la legge in discussione in Italia (qui in Italia!) sul fine vita lo consente: la logica che muove il Legislatore italiano è infatti la stessa che muove i giudici inglesi a voler Charlie morto, ossia la negazione della cura come forma di terapia del dolore. Anche qui in Italia esistono già tutti gli strumenti per privare della potestà genitoriale una famiglia che rifiuti una terapia efficace per il figlio, e ciò di norma avviene proprio su segnalazione dei medici che seguono il bambino: ebbene, se i medici ritenessero che la miglior cosa per il bambino sia l’interruzione di cure e terapie, allora potrebbero farlo presente ai servizi sociali o alla magistratura e il gioco sarebbe fatto. Nel momento in cui la morte diviene una cura, non la si può negare neppure sei genitori si oppongono. E neppure se il malato stesso si oppone: mai sentito parlare di t.s.o.? Non dite che non accadrà, accadrà eccome. Fare previsioni in questo campo purtroppo è facilissimo e tar qualche tempo saremo qui a parlare di un ragazzo malato di SLA (ad esempio) che non vuol morire ma rispetto al quale i medici hanno decretato che soffre troppo, perciò per il suo bene deve essere soppresso.
Più in generale, si è perso il senso del rispetto per il malato, s’è oscurato lo sguardo verso il morente, è lontana la vera pietà. Pensiamo alla Legge 194. Già consente la soppressione del figlio malato, e lo consente fino a poche settimane prima della nascita, quando già il bambino avverte pienamente dolore, vede, sente, senza lacuna pietà permette che questi piccoli esseri umani vengano bruciati coi sali e lasciati a crepare di soffocamento tra sofferenze atroci su un tavolo operatorio, quando non smembrati vivi. Il tutto, per evitargli “una vita di sofferenze”, proprio come a Charlie: Charlie è già tra noi, ce ne sono migliaia ogni anno, Down, focomelici, nani, migliaia di persone vengono già distrutte ogni anno. Ora non ci si nasconde più neppure dietro alla boiata ottusoide per cui se non sei nato non sei vivo. Oggi ti possono fare fuori pure da nato, basta tu nasca nell’ospedale sbagliato, in cui un medico decide per te e per i tuoi genitori che non ti si può vedere, che soffri e fai soffrire, che per te non c’è speranza.
Su un piano ancora più ampio, la nostra collettività disperata e sbandata non ha più nulla che la tenga insieme, così si affida allo Stato, alla legge, ossia a uomini che non si sa più bene come e perché ne comandano altri, ne decidono il destino, non rispondendo a nessuno perché quello Stato e quelle leggi hanno rifiutato Dio, perciò sono come belve senza freno. Nell’affidarsi allo Stato e alla legge – che devono perciò passare sopra tutto e tutti, sopra al buon senso, alla pietà, all’evidenza – la cultura dominante è arrivata ad ammettere la confisca del figlio, in ogni sua espressione: dall’obbligo penalmente sanzionato di far frequentare a bambini di pochi anni corsi sul gender, sulla masturbazione, sulla sessualità, all’appropriazione manu militari del piccolo perché sia ucciso per “compassione”. Glielo abbiamo permesso, e lo Stato se li prende: i nostri figli sono l’ultima ricchezza veramente nostra che il delirio dominante, pur cingendoci di assedio, pur demolendo la famiglia colpo su colpa, non poteva raggiungere. E glieli abbiamo consegnati noi: abbandonandoli, col divorzio; massacrandoli, coll’aborto; permettendo che giudici e dottori decidano della loro vita, colla necroterapia.
La storia di Charlie – ripeto, comunque finirà – è solo l’ultima prova che l’uomo che ha rifiutato Dio diventa peggio delle bestie. Può pavoneggiarsi con toghe, ermellini, principi di diritto, istanze pietistiche, a volte anche con vesti pie, ma sono solo panni gettati dalla vanità a coprire carne morta. 
[1] https://www.radiospada.org/2017/03/testamento-biologico-necroterapia/
https://www.radiospada.org/2017/06/ci-stanno-confiscando-i-figli/



È la passione per la vita che ha spinto il giovane giornalista Stelio Fergola a scrivere “La cultura della morte. Aborto, eutanasia e nuovo vangelo progressista“, da poco uscito per le edizioni La Vela. Lo confessa lo stesso autore nell’introduzione, notando con acume il tragico paradosso del tempo attuale: nella nostra società si assiste ad una smodata esaltazione della vitalità da parte degli stessi individui che quotidianamente lottano per ostacolare le nascite e porre fine in anticipo all’esistenza di chi è malato.
Sì, è proprio così. Siamo immersi in una vera e propria cultura della morte, nascosta anche e forse soprattutto in una distorta celebrazione della vita. Per il mondo di oggi vita è solo e soltanto godere appieno dei piaceri carnali e materiali; vita è avere, possedere, dominare, fare tutto ciò che si vuole. In pratica, a dominare sono l’individualismo sfrenato, l’utilitarismo più spinto, l’edonismo senza freni, tipici di una civiltà – se così si può ancora chiamare – che ha dimenticato le sue radici e i suoi valori fondanti. Non è un caso che di fronte al terrorismo islamico l’Occidente reagisca innalzando il vessillo di quelle “conquiste” progressiste che in realtà stanno contribuendo a distruggerlo. La cultura della morte, appunto.
Come spiega con molta chiarezza Fergola, eutanasia e aborto sembrano essere i due pilastri principali su cui si regge questa mentalitàil dibattito sul testamento biologico che si sta svolgendo nel nostro Paese, con la strumentalizzazione e lo sfruttamento di casi drammatici come quello di Dj Fabo e la battaglia contro il diritto all’obiezione di coscienza in tema di aborto (nonostante sia previsto dalla stessa legge 194/1978) ne sono un esempio eclatante. Il libro passa in rassegna i fatti di cronaca degli ultimi tempi e si sofferma ad analizzare la strategia impiegata dai radicali, che in Italia sono i veri paladini della cultura della morte. Una strategia, la loro, che purtroppo si è dimostrata di successo, data anche la debolezza (e a volte pure l’incompetenza) del fronte avversario.
La tattica radicale è sempre la stessa: utilizzare casi limite ed estremi per commuovere l’opinione pubblica e indurla a ritenere che vi sia un’emergenza. Oggi è la sofferenza dei malati terminali, ieri la discriminazione degli omosessuali, l’altro ieri gli aborti clandestini e il pericolo per la salute delle donne e così via.
Peccato che i dati reali e oggettivi siano sempre stati altri. Un caso tipico è proprio quello degli aborti clandestini: radicali e Unesco diffusero informazioni palesemente false pur di introdurre la legalizzazione dell’omicidio dei bambini non nati in Italia. Chiunque non sia accecato dall’ideologia può rendersene conto. E nonostante ciò di questo non si parla, anzi si continua ad andare avanti con la solita propaganda, con le solite menzogne. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” diceva Goebbels… Lo stesso accade con l’eutanasia: si nascondono i dati di quanto accade in Belgio, Svizzera e Olanda, dove basta una depressione per farsi ammazzare. Oltretutto dopo aver pagato un lauto compenso al medico-killer.
L’indifferenza, l’apatia e spesso la viltà fanno trionfare la cultura della morte. Del resto – e questa è forse la parte più interessante del libro – la cultura della morte è veicolata potentemente e prepotentemente dalla tv e in particolare dai film e dalle serie tv, di cui si imbevono le nuove generazioni. La propaganda tipica degli Stati totalitari oggi ha solo cambiato di aspetto, adattandosi alle moderne democrazie mortifere.
Di esempi se ne possono citare molti. Basti segnalare Sex and the City, in cui si presenta il modello della donna in carriera, che cambia uomo con enorme facilità e non ha alcuna intenzione di metter su famiglia: una visione mercificata delle persone e dei sentimenti, che tanto piace al mondo odierno. Una civiltà che si regge su questi presupposti è condannata alla sterilità fisica e spirituale e dunque alla morte. Le polemiche sul Fertility Day cui abbiamo assistito nel settembre 2016 sono state molto eloquenti.
Purtroppo persino la Chiesa o – meglio – molti uomini di Chiesa, sin nelle più alte sfere, hanno smesso di combattere. Il diritto alla vita sembra non interessare più o quantomeno si stanno adottando soluzioni pastorali (come va di moda chiamarle oggi) che hanno come unico risultato l’avanzata del nemico. E sia chiaro, la battaglia contro aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, “matrimoni” omosessuali e quant’altro non è appannaggio dei cattolici o comunque dei credenti. Fergola lo precisa e anzi dà a questi temi una lettura assolutamente laica. Però è indubbio che la Chiesa ha sempre avuto e ha il diritto di avere un ruolo importante e decisivo in quest’ambito. E in Italia la rivoluzione culturale e antropologica è sempre stata ritardata provvidenzialmente dalla presenza di Roma. Ma se il sale perde sapore, a cosa potrà mai servire?
Degna di nota è proprio l’attenzione che il libro riserva al nostro Paese. «L’identità italiana – scrive l’autore – si fonda in buona parte sulla cultura della famiglia e resiste ancora, nonostante i suoi appartenenti ne siano completamente inconsapevoli. Resiste nonostante il numero ormai infinito di famiglie separate e di figli lasciati soli a loro stessi. Resiste, più che esistere, man mano che le sollecitazioni esterne proseguono, che le leggi emanate dai poteri forti vengono attuate, che la propaganda si fa più incessante». Infatti, «nonostante nella sua versione attuale non mi piaccia e sia abitata in gran parte da cittadini che ne sono indifferenti per formazione – afferma –perfino questa Italia è sotto attacco, perché la sua cultura millenaria è di ostacolo ai dogmi del progressismo ostile alla vita e alle leggi dell’economia liberale».
Ecco, sono proprio questi resti della nostra civiltà che dobbiamo difendere. Ed è da questi residui che occorre ripartire per ricostruire una civiltà della vita.
Federico Catani

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