ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 29 maggio 2017

Siamo cristiani vecchi?

La Chiesa neocattolica e la tentazione di andarsene



Ha scritto qualcuno che se uno dice di volersene andare, è perché con l’anima se ne è già andato. La Chiesa neo cattolica ha talmente deluso che non vale nemmeno la pena gridare, o attaccare adepti e banditori del nuovo culto. Si va via, alla spicciolata, tutt’al più scuotendo la testa. “Fu: così si chiama il digrignar di denti e la mestizia più solitaria “dice Zarathustra. Più modestamente, viene in mente l’inutile invocazione di Sancho Panza nei confronti di chi lo bastona: Sono cristiano vecchio! Nella Spagna di Cervantes, cristiani vecchi si definivano con orgoglio gli iberici di sangue, diversi dai convertiti ebrei e mussulmani, marranos e moriscos, cristianizzati per obbligo dai Re Cattolici, pena l’esilio. L’esilio interiore spetta oggi a chi resta legato alla fede di sempre: non vi è nulla di più terribile del mutamento, nelle cose dell’eternità e della religione.
Le ultime settimane, poi, dalla visita del vescovo vestito di bianco a Fatima sino alla gita genovese dello stesso Bergoglio, sono state devastanti. Siamo cristiani vecchi, come Sancho, impegnati a combattere contro i mulini a vento come Don Chisciotte, e poi uscire dalla scena senza fare troppo rumore. L’ultimo chiuda la porta, esortava Nick Carter alla fine delle sue avventure nei fumetti e nei cartoni di Bonvi e De Maria. Sì, chiudiamo la porta, non alla fede, non al Creatore, ma alla sua chiesa che non parla più alle nostre anime superstiti. Affiora sempre il ricordo degli insuperabili Cori della Rocca di Thomas Stearns Eliot: “E’ la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la chiesa?”  No, esiste una terza possibilità: la chiesa non ha abbandonato l’Uomo, ma sta facendo di peggio, lo sta allontanando da Dio, il Grande Altro che è, purtroppo, il Grande Assente.
Di tutto si parla, fuorché, come dire, della ragione sociale, dell’oggetto della ditta, scusandoci per il linguaggio. La scelta antropologica, da Rahner e dopo gli esiti del Concilio, non poteva che finire così, nell’oblio di Dio. Convinti scioccamente di intercettare l’attenzione dell’uomo occidentale contemporaneo mettendo da parte il cuore del messaggio cristiano, si allontana il proprio popolo senza conquistarne un altro, al di là degli applausi a comando del pensiero dominante nei confronti dei liquidatori fallimentari di una fede che è anche storia bimillenaria.
A Fatima, capitale, insieme con Lourdes, della devozione popolare, l’argentino è andato con fastidio evidente: silenzio ostinato sul contenuto dei messaggi lasciati ai pastorelli, poche affrettate parole sul significato spirituale, il nome di Dio pronunciato rarissimamente. E’ una strategia sin troppo chiara, che non pare tuttavia vincente, a dare credito ai numeri delle presenze domenicali alla Messa ed alla partecipazione alle udienze romane. Altra cosa sono le folle dei viaggi papali, attratte più dall’” evento” che dai suoi contenuti, oggi il papa, domani e dopo un concerto rock o la visita frettolosa a quadri alla moda, musei, monumenti con annesso velocissimo selfie. Usa e getta, mordi e fuggi, e poco conta il monito di Gòmez Dàvila, sudamericano come Bergoglio, secondo cui le cattedrali non sono state fatte per l’ente del turismo.
In compenso, il papa è un maestro nel linguaggio non verbale. Si avvia con passo sicuro e disgraziatamente in favore di telecamera al gabinetto biologico mobile (anche il vicario di Pietro ha bisogni corporali!), posa con sguardo tanto corrucciato da apparire truce accanto ad un sorridente Trump (che sia chiaro chi è il buono e chi il cattivo!), esprime con smorfie di disgusto la sua opinione sulle apparizioni di Medjugorje. Eppure, la Madonna è da sempre la postina del suo figlio, altro che “ufficio telegrafico”. Il tutto è accompagnato da un tono di insopportabile moralismo corrucciato “de sinistra” da mercato rionale o coda alla Cassa Mutua. Dio, la vita eterna, il destino finale dell’uomo, i Novissimi di una volta? Non pervenuti, ed un gesuita importante, padre Sosa Abascal, si permette di affermare che non sappiamo nulla di certo sulla vita di Gesù, non c’erano mica le telecamere. Un bel guaio, l’arretratezza tecnologica.
Strano davvero che nella Messa la lettura del Vangelo sia accompagnata dalla frase “Parola del Signore”. Peccato anche che Sosa Abascal, come gli altri presbiteri, reciti il Credo durante le funzioni, magari frettolosamente, ma se non è convinto del contenuto, o se pensa che il Vangelo è un racconto romanzato della vita e delle opere di un agitatore di folle, o forse di un illusionista, è un apostata. Speriamo di tutto cuore che la profezia circa l’avvento del papa nero come metafora della fine della Chiesa non si riferisca all’abito dei gesuiti, dalle cui file proviene Bergoglio. Quanto al colore della pelle, preferiremmo il cardinale africano Sarah, il quale certo non è di razza caucasica.
Dopo aver faticosamente reso omaggio alla sgradita devozione popolare a Fatima, il pastore che puzza di pecora ha raggiunto Genova, città una volta culla di santi e di sante, diocesi del grande cardinale Siri, città di mare da cui partì la sua famiglia di emigranti liguri e piemontesi, ex polo industriale, capitale della denatalità, dei matrimoni civili, dei divorzi. Anche sotto la Lanterna, nessun accenno al buon Dio, e neppure ai vecchi principi cattolici, assai fuori moda, poco graditi al bon ton da pensiero unico cui la chiesa neo cattolica si è acconciata. Qualche accenno spirituale frettoloso solo in frasi smozzicate al santuario della Guardia, caro al cuore di generazioni di genovesi. Agli operai – categoria ormai rara anche nella ex Superba – ha parlato di lavoro, ha attaccato gli speculatori, e ben venga, ma, una volta di più, silenzio sulla Buona Novella cristiana. Ma già, non si deve fare apostolato, anzi proselitismo. Gli echi del Credo si affacciano tra tristi pensieri: credo la Chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica… Ma Dio non è cattolico, ipse (Francesco) dixit, dunque a poco vale ricordarlo.
Però si può insultare chi crea ricchezza o chi vuole riconosciute le qualità e l’impegno: contro la meritocrazia “che crea disuguaglianza” il tifoso del San Lorenzo de Almagro è stato durissimo, parole, espressione del volto adirata e dito alzato. Non è neppure teologia della liberazione, che aveva una sua fosca dignità, dinanzi all’intollerabile miseria di milioni di uomini, e neppure marxismo di risulta, sabbia ideologica portata dalla risacca. E’ soltanto luogo comune, demagogia, quello sì’ mediocre populismo. Il lavoro, afferma giustamente Francesco, è dignità, ma non si crea da solo, a meno di ricorrere all’espediente comunista di dividere la povertà in parti uguali, con l’eccezione del ceto burocratico. Attacca politiche discutibili, sì, ma non certo folli o scriteriate (il reddito di cittadinanza) ma non va fino in fondo, individuando il male nel cancro finanziario e nella globalizzazione antiumana, frutti entrambi del materialismo che è contro l’uomo e nemico di Dio. Qualche ragione la ebbe Max Weber, convinto che il marxismo depurato dall’ateismo sarebbe stato adottato entusiasticamente dai cattolici. Dimenticava però che Marx era figlio diretto dell’illuminismo giacobino, e senza materialismo non stanno in piedi né il socialismo né il suo babbo liberale.
La coreografia dell’evento genovese si è chiusa con il canto dell’emigrante ligure, il commovente Ma se ghe penso di Mario Cappello, omaggio alle origini materne di Bergoglio, ma soprattutto strizzata d’occhio politicamente corretta al dramma dell’immigrazione. Si tratta probabilmente di un’idea del cardinale genovese Bagnasco, vecchio professore di teologia morale (strana materia di un passato oscuro …), la cui testa di presidente della Conferenza Episcopale italiana è caduta proprio in questi giorni.
Eppure, se le parole hanno ancora un significato, Ma se ghe penso è un grande inno all’identità, alle radici, alla Patria natia, alla lingua materna, a ciò che si è, persino al culto dei propri morti. Chissà se Bergoglio ricorda il dialetto ligure , e, più ancora, se lo capiscono gli stessi che cantavano commossi, ma l’emigrante di Cappello diceva: ma se ci penso io vedo il mare, vedo la Lanterna e sento frangersi il mare, vedo i miei monti e la piazza dell’Annunziata. Voleva risentire la sua lingua, e ribatteva al figlio che ne sconsigliava il ritorno ad Itaca, tu dici senor caramba, sei nato spagnolo (gli emigranti liguri hanno popolato soprattutto Cile ed Argentina) ma io sono nato genovese e non mollo. Addirittura, desiderava essere seppellito accanto ai suoi vecchi, il ritorno nel nido per “posare le ossa dove ci sono i miei nonni.” Non certo propaganda all’immigrazione selvaggia, alla perdita di identità, allo sradicamento coatto di cui la Chiesa è oggi punta di lancia in nome del dogma dell’accoglienza indiscriminata che uccide il popolo di arrivo, svuota e depriva di energie quelli di partenza. Sono lontani i tempi di Benedetto XVI, il “pastore tedesco”, cagnaccio cattivo il cui insegnamento era che il primo diritto di uomini e popoli è quello di non emigrare.
Quanto è lontana la dottrina sociale cattolica, miracolo di equilibrio e di sapiente comprensione dei tempi sin da Leone XIII, quanto mancano i santi “sociali” come Don Bosco, il contadino piemontese che, nella Torino sabauda della prima industrializzazione salvava da mille sfruttamenti i bimbi operai calati in città per fame, ma non dimenticava per un attimo di educarli alla fede ed alla preghiera. Per chi scrive queste righe, il mondo salesiano è il ricordo struggente del proprio padre orfano cui i seguaci di Don Bosco insegnarono un mestiere e formarono alla fede, al senso della famiglia, alla cura del lavoro, al rispetto per i deboli. Senza Carlo Marx e lontani dall’odio di classe, diversi dagli odierni preti di strada spesso divi del sistema mediatico bene introdotti nel potere e saldamente orientati politicamente, come Don Mazzi o Don Ciotti, mai in abito talare e senza segni della propria appartenenza religiosa. Don Bosco, Don Cafasso, Don Orione, Don Giuseppe Cottolengo dall’eroico coraggio nella cura delle creature più sventurate non formarono ONLUS, andarono avanti con la forza della fede confidando in quella strana idea che chiamavano Provvidenza. Oggi, più prosaicamente, la chiamano Otto per mille e fanno anche pubblicità in televisione, badando bene, come i valdesi, a mostrarci che il denaro non serve ad opere di religione.
Assistenza sociale, dunque, meritoria, importantissima, ma solo assistenza sociale. Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio, rispose Gesù non ad uno qualunque, ma al demonio stesso che lo tentava nel deserto. Ah, già, il demonio, un altro tipo passato di moda, tanto che le diocesi non hanno più esorcisti, ma abbondano i religiosi à la page che trasformano talora le funzioni in assordanti concerti a base di chitarre elettriche e batteria, come è accaduto a chi scrive nella chiesa veronese detta Tempio Votivo. Nessun raccoglimento, nessuna tensione verso l’alto e l’Altro, baccano e gran strette di mano alla recita dell’Agnus Dei.
Proprio nella città scaligera, una volta fervida di tradizione cattolica, ci è capitato di leggere il settimanale diocesano. Nella prima pagina, un elogio a Don Milani, quello della Lettera ad una professoressa, di cui si esaltavano insieme la fedeltà alla Chiesa e l’obiezione di coscienza. Ma non si doveva dare a Cesare quel che è di Cesare, ed a Dio quel che è Dio, fondando così la libertà di cui siamo tanto fieri? L’editoriale, della penna di un sacerdote che è anche scrittore di libri spirituali, è un riassunto di tutti i luoghi comuni della chiesa neo cattolica. Dopo aver elogiato la “sinodalità”, chiamata camminare insieme, si esorta a superare le chiusure e resistenze che bloccherebbero il cammino spedito (verso le magnifiche sorti e progressive, supponiamo) della neo Chiesa.
Insomma, occorre liberarsi da pesi e zavorre del passato, quello in cui la gente credeva in Dio e ne aveva persino timore, osservava i precetti che sino al 2013 ancora venivano definiti “principi non negoziabili”. Di più, secondo il buon monsignore veneto è “perniciosa” la tentazione di rifugiarsi in uno “spiritualismo disincarnato che riduce il cristianesimo ad una serie di principi privi di concretezza”. Quest’ultima è una citazione della bergogliana Evangelii gaudium. Del vescovo di Roma in carica si sottolinea altresì il concetto che “la realtà è superiore all’idea”. Nessun dubbio che la religione del Figlio dell’uomo sia concreta e tutt’altro che riducibile a spiritualità disincarnata, ma come la mettiamo con i grandi mistici, con Teresa d’Avila o con lo stesso Francesco d’Assisi, e perché svalutare sino al disprezzo la scelta radicale di migliaia di religiosi e religiose la cui vita di preghiera e contemplazione è stata sempre un dono straordinario ed un esempio di cammino spirituale e comunitario?
Dinanzi alle “deviazioni del mondo e della società” (è già molto che siano riconosciute tali) risulta inadeguata, continua la fervida prosa diocesana, “la prospettiva di rinchiudersi a difesa dei propri principi e valori perché non ne risultino contaminati”. La soluzione è “mescolarsi alla città degli uomini”, favorendo l’incontro tra culture diverse.  Ma la realtà non è superiore all’idea, è soltanto assai più forte, oggi. Dunque, l’impegno di chi è animato da valori e principi che per il cristiano coincidono con la verità, è la diffusione e la vittoria dell’idea anche nella città degli uomini. Il punto, ed il cristianesimo lo sa fin dall’insegnamento di Gesù, e poi di un grande santo e filosofo come Agostino di Tagaste, è che il destino comune è l’approdo alla Città di Dio.
L’uomo è anche carne, naturalmente, ma ridotto a materia, non ha più bisogno del cristianesimo o di altre religioni trascendenti. Diventa “ciò che mangia”, come sosteneva Feuerbach, e tutt’al più cerca consolazione, rassegnazione, o meglio ancora oblio, “sballo” organizzato di fronte al suo destino di creatura consapevole di essere mortale. Può perfino essere indotta a credere di essere il Dio di se stessa, come scrisse un folle George Bataille rovesciando Lucrezio, Deus sum, nil a me divini alienum puto, sono Dio, e nulla di divino mi è estraneo.
Sappiamo bene che non è questa la cultura dei neo cattolici, ma l’esito sì, disgraziatamente. Il mischione, poi, il meticciato culturale, etico, spirituale, valoriale, è una perdita drammatica. Altra cosa è saper accogliere le ragioni degli altri, il bene che ogni uomo può recare con sé. Lo stesso cardinale Bagnasco, forse finalmente libero dalle fumisterie clericali al termine del suo mandato nella Cei, ha riconosciuto che nessun dialogo può avvenire tra chi si è liberato di se stesso, e, conseguentemente, non ha nulla da dire, niente da apportare. Si riferiva, nello specifico, al rifiuto dell’Unione Europea di riconoscere il proprio debito nei confronti del cristianesimo, ma chissà che cosa ne pensano l’uomo vestito di bianco di Santa Marta (sudamericano, quindi poco interessato alle vicende europee) ed i suoi cantori come il monsignore di Verona Fedele che ha orrore della difesa di principi e valori che dovrebbero essere quelli che è stato formato a credere e diffondere.
Contaminare, ecco il verbo preferito di costoro, i cui sinonimi, secondo l’Enciclopedia Italiana, sono macchiare, insozzare, deturpare. Nella chiesa dei vecchi cattolici, non era permesso “contaminare” il depositum fidei, oggi è prescritto sotto pena di essere quelli delle chiusure e delle resistenze. Pure, Gesù fu molto netto nel separare il bene dal male, distinguere il giusto da ciò che non lo è, a partire dalla chiarezza del linguaggio: “il vostro parlare sia sì sì, no no, il di più vien dal maligno”. Ma il maligno è stato abolito, e la notte del mondo fa sì che tutti i gatti appaiano grigi, ad iniziare dalle grandi scelte morali (difesa della vita, famiglia, morale naturale, aborto) sino alla sciatta liturgia delle nostre domeniche. Può capitare anche di ricevere l’ostia consacrata dalle mani di anonimi ragazzotti in jeans e camiciola, senza alcun segno o paramento.
Possiamo credere che quello sia davvero il Corpo di Cristo, come biascica chi ce la consegna, e che qualche attimo prima sia avvenuta la transustanziazione, ossia la trasformazione nel corpo mistico del Creatore di quel pezzetto di farina? Ma la realtà, assicura il pastore argentino, è superiore all’idea, e, aggiungiamo noi, la travolge, la incorpora sino ad annullarla.
Sarà interessante verificare il nuovo corso che imprimerà all’episcopato italiano il cardinale perugino Bassetti, che si è affrettato a dichiarare di essere al “servizio degli ultimi”. A proposito, il presule umbro, la cui nuova carica è quinquennale, ha già compiuto i canonici 75 anni, mentre Bagnasco ha un anno in meno. Evidentemente, anche nella chiesa neo cattolica vale il principio teorizzato da Giovanni Giolitti a proposito delle leggi, che per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano. Viene in mente il fulmineo pensionamento di Monsignor Negri, allievo di Don Giussani e grande amico di Benedetto XVI, sollevato dalla diocesi ferrarese per limiti di età a tempo di record e sostituito dal responsabile di Migrantes, Gian Carlo Perego.
Un’ultima considerazione riguarda l’imbarazzante livello morale di gran parte del nostro popolo, diseducato oltre ogni limite. In occasione della visita papale a Genova, l’opinione corrente, il luogo comune più ascoltato nei discorsi della plebaglia cui ci siamo ridotti riguardava i costi dell’evento (“sarebbe stato meglio darli ai poveri o fare degli ospedali”) e il fastidio per i disagi nella viabilità. Dobbiamo correre veloci verso il nulla, senza ostacoli o interruzioni temporali e stradali. Dirlo, tuttavia, espone all’accusa di “spiritualismo disincarnato”, difesa di principi privi di concretezza: solo la corsa verso il supermercato, la spiaggia o il cinema multisala sono concreti, sono “realtà”, per usare la grammatica papale.
Dicono che occorre lasciarsi mettere in discussione dalla carità, che la misericordia è per tutti, ma se questo fosse vero, colui che uscì dal sepolcro non avrebbe ammonito che molti saranno i chiamati, pochi gli eletti. Con tutta l’umiltà possibile, tentiamo, nonostante tutto, di essere tra gli eletti: nella città di Dio, non in quella degli uomini.
di Roberto Pecchioli del 30-05-2017

2 commenti:

  1. Guai ai vinti! Chi molla è un boia, vecchio detto, ma in certe occasioni è ancora valido.Cattolici vigliacchi ? Si e ce ne sono tanti. Vogliono una chiesa fatta solo di pace e tranquillità,una chiesa che non combatte contro il mondo, una chiesa fatto solo ( oh che bello ) di santi e martiri, l'importante che i santi e i martiri non siano loro, ma sempre gli altri; quindi quando c'è da menar le mani ,da prenderle, dal parlare contestando la falsa dottrina,da portare in alto il vessillo della Croce,da difendere i diritti di Dio, allora c'è il fuggi fuggi. Troppo comodo!Quando va bene allora state sulla nave, ma quando va in mezzo ai flutti e alle tempeste ve la filate come i topi . Quando c'è da menar le mani siete nascosti come i topi.Nostro Signore è andato per noi tutti sulla Croce, Lui è il Santo dei Santi, Lui ci ha liberati dal giogo satanico, e noi nemmeno siamo capaci di tenere la fede stretta e salda. Si è vero siamo tutti dei poveri peccatori che pecchiamo cento volte al giorno, ma questo non ci esime dall'essere fedeli e dal difendere la Chiesa Una Santa Cattolica Apostolica,anche dal papa in persona se va contro la VERITA'.jane

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  2. Mi sembra molto rischioso mettere in dubbio il valore dei sacramenti , ancorchè amministrati purtroppo con sciatteria a volte persino ostentata. E' questo il grande problema di chi parla di "neochiesa" e chiesa "neocattolica". Non si dice mai dove ricorrere per la vita di fede. Si arriva a sconsigliare la messa domenicale se questa non è disponibile in rito antico ecc.

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